Testi di canzoni e canzoni

Giorgio Gaber

Giorgio Gaberscik, in arte Gaber, nasce a Milano il 25 gennaio 1939. Dopo l'esordio come chitarrista di Adriano Celentano, all’età di diciannove anni firma il primo contratto discografico per la Ricordi e incide il 45 giri "Ciao ti dirò". Gli anni sessanta lo vedono indiscusso e autorevole protagonista dello spettacolo italiano con numerosissime incisioni discografiche e con un’intensa attività televisiva anche nel ruolo di conduttore di diversi programmi di grande spessore e successo; "Canzoni di mezza sera" (1962): "Canzoniere minimo" (1963); "Questo e quello" (1964); "Diamoci del tu" (1967) "…E noi qui" (1970). Sono gli anni della fortunata collaborazione con lo scrittore Umberto Simonetta, co-autore dei suoi più importanti e popolari successi discografici, e delle prime frequentazioni col pittore Sandro Luporini. Ed è proprio con Luporini che Gaber, a partire dal 1970, invitato dal Piccolo Teatro di Milano, cambia decisamente strada creando l’inedita forma artistica del "Teatro Canzone" che porta in scena ininterrottamente dalla stagione teatrale 1970/1971 al 1999/2000. Appartengono a questo lungo periodo, interamente dedicato all’attività teatrale, anche gli spettacoli di prosa ("teatro d’evocazione"), le regie e le produzioni riferite ad altri artisti (Ombretta Colli, Enzo Jannacci, Beppe Grillo, Arturo Brachetti), la direzione artistica dei teatri di Venezia e la manifestazione "Professione Comico" che fu trampolino di lancio per molti degli attuali protagonisti della comicità italiana. Nel 2001 a seguito della forzata interruzione dell’attività teatrale, si dedica alla discografia con due album: "La mia generazione ha perso" (2001) e "Io non mi sento italiano" (pubblicato postumo nel 2003) che ottengono uno straordinario successo di vendita e lo consacrano protagonista d'eccellenza anche nell’ambito della canzone d’autore. Il 1° gennaio 2003 Giorgio Gaber si spegne nella sua residenza di Camaiore (Lucca). Riposa al Famedio del Cimitero Monumentale di Milano accanto a coloro che hanno contribuito a rendere grande la metropoli lombarda.

Non insegnate ai bambini - GIORGIO GABER

Non insegnate ai bambini

non insegnate la vostra morale:

è così stanca e malata, potrebbe far male.

Forse una grave impudenza

è lasciarli in balia di una falsa coscienza.

Non elogiate il pensiero che è sempre più raro,

non indicate per loro una via conosciuta,

ma se proprio volete, insegnate soltanto la magia della vita.

Non insegnate ai bambini,

non divulgate illusioni sociali,

non gli riempite il futuro di vecchi ideali.

L’unica cosa sicura è tenerli lontano dalla nostra cultura,

non esaltate il talento che è sempre più spento,

non li avviate al bel canto, al teatro, alla danza,

ma se proprio volete, raccontategli il sogno di un’antica speranza.

Non insegnate ai bambini

ma coltivate voi stessi il cuore e la mente,

stategli sempre vicini, date fiducia all’amore, il resto è niente.

Quando sarò capace di amare - GIORGIO GABER

Quando sarò capace d'amare
probabilmente non avrò bisogno
di assassinare in segreto mio padre
né di far l'amore con mia madre in sogno.

Quando sarò capace d'amare

con la mia donna non avrò nemmeno
la prepotenza e la fragilità di un uomo bambino.

Quando sarò capace d'amare

vorrò una donna che ci sia davvero
che non affolli la mia esistenza
ma non mi stia lontana neanche col pensiero.

Vorrò una donna che se io accarezzo

una poltrona, un libro o una rosa
lei avrebbe voglia di essere solo quella cosa.

Quando sarò capace d'amare

vorrò una donna che non cambi mai
ma dalle grandi alle piccole cose
tutto avrà un senso perché esiste lei.

Potrò guardare dentro al suo cuore

e avvicinarmi al suo mistero
non come quando io ragiono
ma come quando respiro.

Quando sarò capace d'amare

farò l'amore come mi viene
senza la smania di dimostrare
senza chiedere mai se siamo stati bene.

E nel silenzio delle notti

con gli occhi stanchi e l'animo gioioso
percepire che anche il sonno è vita e non riposo.

Quando sarò capace d'amare

mi piacerebbe un amore
che non avesse alcun appuntamento col dovere

un amore senza sensi di colpa

senza alcun rimorso
egoista e naturale come un fiume che fa il suo corso.

Senza cattive o buone azioni

senza altre strane deviazioni
che se anche il fiume le potesse avere
andrebbe sempre al mare.

Così vorrei amare.

I mostri che abbiamo dentro - GIORGIO GABER


Fa un certo effetto non capire bene

da dove nasce ogni tua reazione.
E tu stai vivendo senza sapere mai
nel tuo profondo quello che sei
quello che sei.

I mostri che abbiamo dentro
che vivono in ogni uomo
nascosti nell'inconscio
sono un atavico richiamo.

I mostri che abbiamo dentro
che vagano in ogni mente
sono i nostri oscuri istinti
e inevitabilmente
dobbiamo farci i conti.

I mostri che abbiamo dentro
silenziosi e insinuanti
sono il gene egoista
che senza complimenti
domina e conquista.

I mostri che abbiamo dentro
ci spingono alla violenza
che quasi per simbiosi
si è incollata
alla nostra esistenza.

La nostra vita civile
la nostra idea di giustizia e uguaglianza
la convivenza sociale
è minacciata
dai mostri che sono la nostra sostanza.

I mostri che abbiamo dentro
ci fanno illanguidire
di fronte a quella cosa
che spudoratamente
noi chiamiamo amore.

I mostri che abbiamo dentro
sono insaziabili e funesti
sono il potere a tutti i costi
ma anche chi lo odia
soltanto per invidia.

I mostri che abbiamo dentro
ci ispirano il grande sogno
di un Dio severo e giusto
col mitico bisogno
di Allah e di Gesù Cristo.

I mostri che abbiamo dentro
ci inculcano idee contorte
e il gusto sadico e morboso
di fronte a immagini di morte.

La nostra vita cosciente
la nostra fede nel giusto e nel bello
è un equilibrio apparente
che è minacciato
dai mostri che abbiamo nel nostro
cervello.

I mostri che abbiamo dentro
crescono in tutto il mondo
i mostri che abbiamo dentro
ci stanno devastando.

I mostri che abbiamo dentro
che vivono in ogni mente
che nascono in ogni terra
inevitabilmente
ci portano alla guerra.

Luigi Tenco

Luigi Tenco fu un cantautore che rivoluzionò il mondo della canzone. Dopo essersi distanziato dalle canzonette, fu il primo a condurre la musica italiana verso canzoni sempre più impegnate con testi che, se c'era qualcosa nel mondo che non andava, lo dicevano chiaro e tondo.

Un modo di far musica che giunse troppo presto per essere capito e, di conseguenza, venne spesso rifiutato. Così, per Luigi, il vero successo arrivò dopo la sua morte; una morte che lo riportò tra le colline della sua valle, al suo paese natale, Ricaldone, dove il cantautore visse i primi anni della sua vita. Al contrario, infatti, di quanti possono pensare, Luigi era profondamente e indiscutibilmente, piemontese. Nato a Cassine il 21 marzo 1938, trascorse i primi 10 anni della sua vita a Ricaldone, paese caratterizzato da dolci colline a perdita d'occhio, circondato dall'Appennino Ligure, dal Monferrato e dalla pianura al di là del fiume Bormida. Qui, la famiglia Tenco visse in una grande casa bianca, una casa che affaccia su un cortile immenso dove il bambino Luigi passava lunghi pomeriggi a giocare, un cortile al quale è costretto a dire addio nel 1948 a causa del suo trasferimento a Genova (“dire addio al cortile, andarsene sognando”). Nonostante le diverse possibilità offerte dalla città, questo piccolo borgo dell'alessandrino rimase per sempre nel suo cuore, non solo perché luogo in cui trascorse la sua infanzia ma, soprattutto, perché qui imparò cose semplici ma genuine (“dove ho imparato ad amare il sole…..”). Inoltre qui, visse i tragici momenti della seconda guerra mondiale, quelle terribili sensazioni che ti accompagnano per tutta la vita “li vidi passare vicino al mio campo il sole era alto sui loro fucili… qualcuno di loro mi mandò un saluto, io ero più piccolo delle sfighe di grano (il bambino Luigi aveva all'epoca 5 o 6 anni) ma dentro io ero soldato con loro”

Il paesaggio piemontese rappresenterà, per lui, per lungo tempo, un importante spunto di composizione: ripercorrendo la strada che attraversa Ricaldone, ci tornano alla mente le intense sensazioni rese eterne da versi di Luigi; un paesaggio impresso nell'animo di Tenco tanto da ispirargli, nella versione non definitiva di “Ciao amore ciao” l'introduzione del verso “lo zolfo alle viti”. Un passaggio che riporta al faticoso lavoro del contadino che, in estate, cura le viti con zolfo e verderame, accompagnato ogni giorno dalla preoccupazione di “guardare ogni giorno se piove o c'è il sole…”. Ma non solo… in alcuni passaggi riaffiora, inoltre, la volontà di tornare nella “sua verde isola”: In particolare il testo de “la mia valle” ha proprio il compito di testimoniare questo desiderio, la volontà di rivivere la semplicità e la genuinità tipica di un paese la cui attività predominante è l’agricoltura.

 

"Se un giorno tu

verrai via con me


amore mio


andremo insieme a vivere là


nella mia valle


dove ho imparato ad amare il sole


perché fa crescere l'erba nei prati


dove ho imparato ad amare la pioggia


perché fa crescere l'acqua nei pozzi.


 


Se un giorno tu


verrai via con me


amore mio


andremo insieme a vivere là


nella mia valle


dove la gente lavora i campi


dalla mattina sino alla sera


senza problemi per il vestire


e con la barba sempre da fare.

 

Se un giorno tu


verrai via con me


amore mio


andremo insieme a vivere là


nella mia valle


e se quel giorno tu non verrai


io dovrò piangere ma andrò da solo


perché se un giorno dovrò morire


voglio morire nella mia valle"

 

Ma non solo… il desiderio di tornare tra le sue immense colline coperte di vigneti è anche sottolineata dai versi “Io vorrei essere là ad inventare un mondo…” ; “mi dico sei libero di tornare indietro ma ormai la mia vita è una prigione di vetro e al di là io vedo te che aspetti invano…”

Ripercorrendo le tappe della vita del cantautore a Ricaldone, ci pare che non sia cambiato molto da allora: la gente continua a lavorare i campi “senza problemi per il vestire e con la barba sempre da fare”, d'estate il chiarore abbagliante della luce del sole rende ancora “bianca come il sale” la “solita strada” che attraversa le vie del paese, tanta gente continua a partire verso la città dicendo “addio al cortile”.

Certo, molte cose sono cambiate da allora; se siamo riusciti a farci un'idea di come potevano essere quei tempi è grazie a chi, come Luigi, ha affidato ad immagini poetiche il compito di tramandarle ai posteri. Molti amici del bambino Luigi oggi non ci sono più, ma i pochi compagni d'infanzia che siamo riusciti ad incontrare lo ricordano come un ragazzo forte, un leader, fu un vero capo carismatico per i ragazzini del paese. Ed in fondo lo è ancora oggi… Oggi che a Ricaldone, come da sua volontà, (“perché se un giorno dovrò morire, voglio morire nella mia valle”) la sua spoglia mortale è custodita nel piccolo cimitero del paese. Oggi che, nel cuore del borgo, rimane la vecchia casa materna a testimoniare il passaggio del tempo. Oggi che i pochi compaesani di allora ricordano volentieri un “giovane angelo” che ha abbandonato troppo presto il mondo terreno. Tutti ricordi, questi, che fanno parte del materiale custodito dall'Associazione Culturale Luigi Tenco, organizzatrice dell'annuale Isola in collina – tributo a Luigi Tenco – manifestazione nata per non dimenticare il messaggio del cantautore e ricordare un grande della musica italiana che trascorse i primi anni di vita nel nostro piccolo borgo in provincia di Alessandria.

Cara Maestra - LUIGI TENCO


Cara maestra,

un giorno m'insegnavi
che a questo mondo noi
noi siamo tutti uguali.
Ma quando entrava in classe il direttore
tu ci facevi alzare tutti in piedi,
e quando entrava in classe il bidello
ci permettevi di restar seduti.

Mio buon curato,

dicevi che la chiesa
è la casa dei poveri,
della povera gente.
Però hai rivestito la tua chiesa
di tende d'oro e marmi colorati:
come può adesso un povero che entra
sentirsi come fosse a casa sua?

Egregio sindaco,

m' hanno detto che un giorno
tu gridavi alla gente
"vincere o morire".
Ora vorrei sapere come mai
vinto non hai, eppure non sei morto,
e al posto tuo è morta tanta gente
che non voleva né vincere né morire?


Fabrizio De Andrè

Libero di vivere nella strada

Sono nato il 18 febbraio del 1940 a Genova Pegli, quindi Genova occidentale. Fu una colonia di peglini (o pegliesi) ad aver colonizzato Tabarca, in Tunisia. Intorno al 1700, mi pare che gli Arabi li avessero respinti coi forconi nel culo e quelli lì, prendendo il mare, la prima isola in cui si fermarono fu Carloforte. Allora si chiamava San Pietro e poi è diventata Carloforte dove si parla infatti ancora il pegliese di quell’epoca. Dell’infanzia ricordo soprattutto la casa di campagna di mia nonna, una cascina: allora le vacanze estive duravano quattro mesi e, a parte quindici giorni di mare, che avevamo sotto, le passavamo tutte in campagna, con mio grande piacere. Lì ho assorbito tutto l’amore, che poi mi è rimasto, per la campagna, la natura, gli animali e la cultura contadina. Mio padre, contrariamente a quanto per anni è stato scritto, era di origini modeste: il benessere cominciò ad aggirarsi in casa nostra dopo che lui aveva superato i quarant’anni. Forse da queste radici la sua mai abbastanza ringraziata accondiscendenza a lasciarmi libero di vivere nella strada: e nella strada ho imparato a vivere come probabilmente prima di me aveva imparato lui. Ho fatto il classico al liceo comunale “Cristoforo Colombo”. A Genova ce n’erano tre di comunali: l’”Andrea Doria”, il “Cristoforo Colombo” e il “Mazzini”. Quest’ultimo era molto fuori zona, in periferia; per l’”Andrea Doria” c’era il problema di mio fratello che prendeva 10 anche in educazione fisica oltre che in filosofia e in italiano. Perciò non volendo rischiare confronti sono rotolato al liceo “Colombo” ch’era un po’ distante da casa però ero tranquillo che non mi si metteva in concorrenza con lui. Al liceo studiavo il meno possibile. Riuscivo a racimolare la sufficienza perché ai professori ero simpatico. E, d’altronde, andare a scuola mi serviva quando, d’estate, cercavo di rimorchiare le ragazze alla Lucciola, una balera alla periferia di Asti. Mi presentavo come uno studente di Genova, il che fa sempre effetto, da quelle parti. Ho fatto un po’ di tutto: ho frequentato un po’ di medicina, un po’ di lettere e poi mi sono iscritto seriamente a legge dando, se non mi sbaglio, 18 esami. Quasi laureato dunque, poi ho scritto Marinella, mi sono arrivati un sacco di quattrini e ho cambiato idea dopo che Marinella l’aveva cantata Mina, eravamo nel ’65, io ero sposato da tre anni e lavoravo negli istituti privati di mio padre. Lavoravo lì non sapendo cos’altro fare, visto che di laurea non se ne parlava perché stentavo molto a studiare, insomma questa Canzone di Marinella, me la canta Mina, mi arrivano 600 mila lire in un semestre (somma davvero considerevole per quegli anni). Allora mi sono licenziato, ho preso armi e bagagli, moglie, figlio e suocero e ci siamo trasferiti in Corso Italia, che era un quartiere chic di Genova. Da quel momento ho cominciato a pensare che forse le canzoni m’avrebbero reso di più e soprattutto divertito di più.

Guarire le persone

Mi ricordo che all’età di circa sedici anni mi ero comperato, dopo aver convinto mia madre, una chitarra elettrica (una Framus, allora una delle migliori) con quegli assurdi amplificatori Davoli (specie di cassette da frutta. M’aggregai a un gruppo di ragazzi genovesi che faceva jazz comperandomi pure dei plettri di gomma con l’intento d’imitare le sonorità di Jim Hall (il mio chitarrista preferito). La musica mi sedusse un po’ alla volta, come una troia prudente. Cominciò con qualche mormorio fioco, poi divenne balbuzie e pian piano acquistò la franchezza di un linguaggio che, per quanto elementare, era comunque il mio. Ma la musica fu anche una necessità. Nella mia famiglia tutti si esprimevano in modo non truccato, in assoluta coerenza con le scelte di ciascuno: l’avvocatura, il management, la politica, l’insegnamento. Io non ero capace di esprimermi a quei livelli, con quel misto di vocazione e, si dice oggi, di professionalità. Il canto deve in qualche maniera avere come obiettivo quello che anticamente aveva la musica cantata ch’era di far guarire le persone. Quindi deve emozionare e un certo timbro, un certo tono di voce, può essere emozionante, può essere evocativo, può far immaginare di più di un tono piatto, di un timbro metallico. La mia voce poteva essere una voce da sciamano, tanto per farmi capire, dunque mi ha aiutato moltissimo. Che talvolta poi ne abbia approfittato anche in maniera sgradevole questo è altrettanto vero, nel senso che ho esagerato col colorire con note basse dove non ce n’era assolutamente bisogno, proprio per narcisismo, per far sentire proprio queste basse, per sedurre (soprattutto me stesso). Ci si fa l’abitudine ai concerti. Hai mai visto gli orsi polari dentro i recinti degli zoo? Sicuramente soffrono per i primi anni, ma alcuni di loro sono arrivati a compiere il ciclo naturale della loro vita. Sono morti vecchi come i loro fratelli liberi fra i ghiacci dell’artico. La differenza è che loro, per quella vita di merda, non sono stati pagati. Penso che il fine della canzone sia quello, se non proprio di insegnare, almeno di indicare delle strade da seguire, dei codici di comportamento ed è l’unico motivo che mi fa pensare che questo possa anche essere un mestiere serio. Credo più nel disco come mezzo di comunicazione, che non nel rapporto diretto col pubblico. Preferisco che un ragazzo mi chieda “Nella tua comune agricola c’è posto per me?”, piuttosto che “Ma tu, dopo Spoon River, perché hai cambiato questo o quello?”

Individuo sociale

A certa gente il fatto che mi sia innamorato di Dori dà un fastidio enorme. Il mito è crollato! Si è innamorato della bella ragazza, che credono oca e invece è più intelligente di me. Basta poi che io abbia realizzato un disco come Rimini, malato di un allegrismo che non è mai stato mio, e allora per alcuni è come aver perso una gamba. Vivere in coppia per me è necessario, ci si aiuta molto, si ha sempre uno specchio nel quale guardarsi. È una continua collaborazione, guai se non fosse così. Io sono abbastanza gregario poi come tipo di temperamento anche se per molte ragioni sono invece spesso costretto a diventare un solista. Lo noti anche dal fatto delle mie collaborazioni sempre più frequenti. Ho bisogno d’essere aiutato ecco, e non mi tiro indietro quando devo aiutare. Sono un individuo sociale anche se in un modo o nell’altro qualcuno invece mi considera un individualista. Ma non è mica tanto vero… I miei figli li ho osservati nelle tre fasi di evoluzione della loro vita: quella dell’infanzia in cui li spiavo e li ammiravo per quella loro confidenza con il mistero, quell’enorme momento in cui i bambini sono illuminati da continue scoperte ed invenzioni, quando non conoscono il pericolo e la paura che soltanto il controllo più o meno esagitato dei genitori riuscirà a trasferire nelle loro memorie, col tempo, giorno dopo giorno; i miei figli come suppongo la maggioranza di tutti i nostri figli, sono stati fino verso i dieci anni, due incredibili artisti. Nel periodo dell’adolescenza ho contribuito come tutti i genitori a guastargli la festa, consapevole da un lato che si doveva insegnar loro le regole per vivere in società e dall’altro di togliere loro quella meravigliosa libertà che quasi tutti gli adulti amano scambiare con ciò che chiamano sicurezza. Non credo di esserci andato con la mano pesante, infatti i miei figli sono rimasti due artisti, due persone capaci di convivere con gli altri ma non fino al punto di essere distolti dalla propria immaginazione, dalla propria fantasia e sensibilità. Ho parlato di tutti e due, anche se hanno una differenza di età di 15 anni perché ormai le due prime fasi di crescita le hanno superate entrambi e oggi sono entrambi adulti.

Vivere tranquillo

Quando arrivai in Sardegna ed acquistai la casa a Portobello di Gallura mi innamorai sia della natura che della gente. Chiesi al tassista che ci veniva a prendere all’aeroporto, se c’era la possibilità di comprare del terreno per farci un’azienda agricola; non mi dà utili, ci rimetto un sacco di soldi, ma ci guadagno in salute, in felicità. La Sardegna è un luogo dove le tensioni sociali esistono. Ma sono temperate dal contatto diretto con la natura e da una profonda moralità che si estrinseca nel rispetto di alcuni valori fondamentali, come per esempio l’ospitalità. Per quanto strano possa apparire anche questo ho trovato nei nostri carcerieri. Passammo quattro mesi sul Supramonte, legati a lettucci di foglie. Il primo mese le emozioni ci tennero compagnia, poi la monotonia prevalse. Al processo perdonammo i carcerieri: dopo tutto non gli veniva lasciato altro modo per mantenere le loro famiglie. Ma non perdonai i mandanti. Se trovi degli alibi alla persona che ti tratta male e dici “in fin dei conti me lo sono meritato”, ne esci pulito da un punto di vista psicologico. Invece se la consideri un’offesa grave, come in effetti fa la maggior parte delle persone sequestrate, perché tutti lo considerano immeritato, ed è immeritato, ne esci sconvolto. Si vede che ho un cervello che si adatta alle necessità di vivere tranquillo e di non perdere l’autostima, senza andare in depressione.

La ragionevolezza

Direi d’essere un libertario, una persona estremamente tollerante. Spero perciò d’essere considerato degno di poter appartenere ad un consesso civile perché, a mio avviso, la tolleranza è il primo sintomo della civiltà, deriva dal libertarismo. Se poi anarchico l’hanno fatto diventare un termine negativo, addirittura orrendo… anarchico vuol dire senza governo, anarche… con questo alfa privativo, fottutissimo… vuol dire semplicemente che uno pensa di essere abbastanza civile per riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia (visto che l’ha in se stesso), le sue stesse capacità. Mi pare così vada intesa la vera democrazia. Ritengo che l’anarchismo sia un perfezionamento della democrazia. Fu grazie a Brassens, maestro di pensiero e di vita, che scoprii di essere un anarchico. Mi ha insegnato per esempio a lasciare correre i ladri di mele, come diceva lui. Mi ha insegnato che in fin dei conti la ragionevolezza e la convivenza sociale autentica si trovano di più in quella parte umiliata ed emarginata della nostra società che non tra i potenti. Penso che chi fa la mia conoscenza rimanga sicuramente deluso. Perché non sono un atleta della parola, del dialogo, non sono allenato in tal senso, non faccio il politico né l’avvocato e quindi ho bisogno di riflettere per non dire delle sciocchezze. Se non rifletto facilmente mi escono fuori dalla bocca dei luoghi comuni. Quando cerco di riuscire a portare avanti un discorso semplicemente parlando, dicendo delle parole, per riempire gli spazi di silenzio, o se tento di stringere, dico delle grandi vaccate. Non mi sono mai fatto uno schema preciso di letture. Talvolta mi è capitato di leggere insieme Asterix con Oblomov. Sono abituato a leggere fin da piccolo. In famiglia c’era l’abitudine che fortunatamente si incastrava bene col mio temperamento, perché sono curioso, facilmente impressionabile e tuttora posso dire di leggere quasi un libro al giorno. Ho sempre avuto due chiodi fissi: l’ansia di giustizia e la convinzione, presuntuosa, di poter cambiare il mondo. Oggi quest’ultima è caduta. Le mie Nuvole sono quei personaggi ingombranti e incombenti nella nostra vita sociale, politica ed economica; sono tutti coloro che hanno terrore del nuovo perché il nuovo potrebbe sovvertire le loro posizioni di potere.

In soffitta

Con “Creuza de mä” spero di ricordare a qualcuno quali siano le nostre radici mediterranee. In una sala del castello della musica, c’è la tradizione anglosassone, in un’altra quella americana, in un’altra ancora l’afrocubana, e poi in soffitta, tra le ragnatele, la musica popolare. Ho dato un calcio alla sua porta sempre chiusa. Per farlo occorreva una lingua popolare, il genovese antico. Comporre in lingua italiana è difficile proprio tecnicamente. Se devi scrivere in metrica hai bisogno di una gran quantità, ad esempio, di parole tronche che in italiano non ci sono. A questo punto ti succede, proprio per la necessaria avvenenza estetica del verso, di cambiare talvolta addirittura il significato di ciò che vuoi dire. Il genovese invece è una lingua più agile, puoi trovare un sinonimo tronco che abbia lo stesso significato dello scritto in prosa che tu hai fatto precedentemente al verso.

Nomadismo

Qualcuno (mi pare Majakovskij) ha detto “Dio ci salvi dal maledetto buon senso”: se tutti fossero normali e se fossero dotati esclusivamente di buon senso non esisterebbero gli artisti e probabilmente neppure i bambini. È tempo di nomadismo. Hanno ragione loro, gli zingari. Vivono su questo pianeta da migliaia di anni senza nazione, esercito, proprietà. Senza scatenare guerre. Custodiscono una tradizione che rappresenta la cultura più vera e più semplice dell’uomo, quella più vicina alle leggi della Natura. Andiamo verso un mondo di pochi ricchi disperatamente sempre più ricchi, mentre il resto dell’umanità, quei miliardi di uomini che continuano a chiamare curiosamente “le minoranze” , si muovono in modo molto diverso da quello che consideriamo normale. Vanno verso l’abolizione del denaro, adottano lo scambio, che è già un primo passo in direzione di una maggiore spiritualizzazione, come nelle società primitive. L’uomo, spogliatosi delle pulsioni economiche, si spiritualizzerà di più, tornerà in un primo momento verso un mondo inevitabilmente più arcaico, ma sicuramente verso una guarigione.

Nemmeno un rimpianto

Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile. In questi ultimi tempi ho ripreso a studiare la chitarra. Mi ci sono dedicato praticamente tutti i giorni. Certo, non riprenderò più la mano che avevo a ventidue anni, però non la voglio mollare più, anche perché in fin dei conti è una buona compagna, forse una delle più fedeli. Se la molli un attimo ti fa subito i musi e ti manda a fare in culo, così sei costretto a dei recuperi umilianti, molto più umilianti di quanto si debba fare con le donne. Io credo che il giorno in cui avrò paura della morte, e vorrà dire che ci comincio a pensare, sarà perché sono diventato finalmente adulto e allora questo significherà che sono prossimo a morire. Ho più della mia età, ho avuto tempi di invecchiamento più corti della media, forse perché non ho mai rifiutato nessun tipo di esperienza. Ho sempre impostato la mia vita in modo da morire con trecentomila rimorsi e nemmeno un rimpianto.

Preghiera in Gennaio - FABRIZIO DE ANDRE'

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà

l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch'io
perché non c'è l'inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi

con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti

spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all'odio e all'ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia

il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l'inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno

mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce

che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Dio di misericordia

vedrai, sarai contento.

La guerra di Piero - FABRIZIO DE ANDRE'

La guerra di Piero

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi.

lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente:

così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l'inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve.

fermati Piero, fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po' addosso,
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce;

ma tu non lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera.

  E mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore.

Sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue

e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore;

e mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura
ed imbracciata l'artiglieria
non ti ricambia la cortesia.

Cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato;

cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno.

Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all'inferno
avrei preferito andarci in inverno;

e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole.

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.


Lucio Battisti


Lucio Battisti nasce a Poggio Bustone, vicino a Rieti, il 5 marzo 1943; i genitori, Alfiero e Dea, sono persone semplici, così come semplici sono le aspirazioni che nutrono per il figlio: il diploma di perito tecnico e poi un lavoro. Ma Lucio che viene ricordato dai compaesani come un ragazzo intelligente ed introverso, è di diverso avviso. Dopo il trasferimento della famiglia a Roma, esplode la sua passione per la musica, evidenziata dalla stanza piena di chitarre - una volta suo padre gliene ruppe una in testa - e l'aspirazione di vedere il mondo, seguendo il suo istinto di artista. Con il sostegno indiretto della madre, Lucio riesce a viaggiare ed allargare le sue esperienze, sempre con la passione per la musica in primo piano. Nel 1962 si aggrega ad un gruppo musicale napoletano che suona nei locali notturni "I Mattatori", ma è grazie a "I Campioni", il gruppo che accompagnava Tony Dallara, che inizia la sua avventura nel mondo della musica. Rendendosi conto che il centro nevralgico del mondo musicale è a Milano, vi si trasferisce, iniziando a farsi conoscere come autore, grazie anche alla mediazione ed al sostegno di Christine Leroux, una giovane francese che lavorava nelle produzioni discografiche e riesce a presentarlo a Giulio Rapetti, il celebre paroliere conosciuto come Mogol. Le prime affermazioni come autore sono "Per una lira", incisa dai Ribelli, "Uno in più" cantata da Ricky Maiocchi e "Dolce di giorno" per i Dik Dik. A consacrarlo in pieno Autore è, però, "29 Settembre", in collaborazione con Mogol per L'Equipe 84. Il lungo sodalizio con Mogol era iniziato con un parziale scetticismo del paroliere sulle musiche di Battisti, che riteneva solo promettenti. La disponibilità di Lucio a rivedersi , la sua umiltà, conquistarono Mogol, dando origine ad una produzione tra le più intense nel mondo della canzone. Nel 1967 Battisti entra in sala di incisione anche come cantante, nonostante le perplessità dell'ambiente sulle sue qualità vocali. Incide "Per una lira" e "Luisa Rossi". Ma la non-voce di Battisti era, indubbiamente, quella giusta per dare un'anima alle sue canzoni, come lui stesso sosteneva con grande convinzione. Il successo arriva al Cantagiro del 1968 con "Balla Linda" e viene replicato e ampliato nel Cantagiro del 1969 con "Acqua azzurra acqua chiara". Nello stesso anno partecipa al Festival di Sanremo, in coppia con Wilson Pickett con "Un'avventura", che entra in finale. Ma l'avvenimento più importante per Lucio è l'incontro con Grazia Letizia Veronesi, segretaria del Clan Celentano. Inizia cosi il loro rapporto forte e simbiotico che durerà finchè morte... Il crescente successo di Battisti, sottolineato dall'eccellente accoglienza riservata all'album "Lucio Battisti" del 1969, si consolida ulteriormente con il 33 giri "Emozioni" che comprende, oltre al brano omonimo, pezzi come "7 e 40", "Anna", "Fiori rosa fiori di pesco", "Io vivrò"... La collaborazione con Mogol diventa sempre più stretta e costruttiva, dando origine ad un'amicizia forte ed esclusiva che li porterà anche a costruire residenze confinanti vicino Molteno, al centro di un grande faggeto. Battisti e Mogol continuano a scrivere anche per altri cantanti canzoni destinate a lasciare il segno; basti ricordare "Insieme", "Io e te da soli", "Amor mio", per Mina; "Per te" e "Il Paradiso" per Patty Pravo. Nel 1973 nasce il figlio Luca; Lucio e Letizia si sposeranno nel 1976. Il crescendo di successi degli anni '70 non fa che confermare la validità del sodalizio Mogol-Battisti. Si va all'album "Umanamente uomo: il sogno" , che contiene brani come "I giardini di Marzo", "E penso a te", fino ai 33 giri "Il mio canto libero", "Il nostro caro angelo"; si passa attraverso una sperimentazione diversa, che cerca di esaltare i ritmi a discapito delle parole, con "Anima Latina" , un album pieno di arrangiamenti sudamericani. Nel 1976 con "Ancora tu", Battisti torna alla canzone pop e il pubblico gli decreta ancora un successo trionfale, confermato dall'album "La batteria, il contrabbasso, eccetera". Nel 1977 esce il 33 giri "Io, tu , noi, tutti" che balza in cima alle classifiche, mentre "Images", registrato negli U.S.A. , trova un pubblico indifferente. Ma con "Una donna per amico", nel 1978, il duo Mogol-Battisti ritrova e perfeziona la vena creativa; l'album, registrato in Inghilterra, contiene brani diventati dei classici assoluti. Ma, nonostante i successi, il trionfo, gli incassi miliardari, Lucio Battisti resta schivo e diffidente; sopporta sempre meno la folla, i fans, i giornalisti ed i fotografi. Questo atteggiamento, incentivato anche dalla moglie, si accentua nel 1975, dopo il tentato rapimento del figlio Luca, fino a rendere l'esigenza di riservatezza della coppia quasi maniacale. Il 1976 aveva visto il ritiro dalle scene di Battisti, dopo una memorabile Tournèe con i Formula 3. Poco tempo dopo essersi ritirato Battisti dichiarò "Non parlerò mai più, perchè un artista deve comunicare con il pubblico solo per mezzo del suo lavoro". Ha tenuto fede all'autoconsegna fino alla fine. Sulle motivazioni che l'hanno indotto ad un cosi categorico isolamento si sono sprecati fiumi di inchiostro. E' probabile che l'insorgere di alcuni problemi di salute abbia accelerato una decisione che stava maturando; verosimilmente su un' indole già naturalmente schiva, si è innestato il fastidio profondo di sentirsi spesso frainteso e oppresso dall'attenzione morbosa di certa stampa che, tra l'altro, pretendeva di dare un'interpretazione politica del fenomeno Battisti. Il mito del Battisti fascista è una convinzione che, scaturita dai dogmi post-sessantottini, lo ha accompagnato lungo tutta la sua carriera, in quegli anni in cui si usava penalizzare l'individualismo marchiandolo come incorreggibile deviazionismo di destra. Battisti, in realtà percorreva la propria strada, sostenuto, in questo atteggiamento, dalla moglie, personaggio ermetico e schivo, sulla quale si sono sprecate osservazioni quasi sempre velenose. L'ultima produzione Mogol-Battisti risale al 1980; "Una giornata uggiosa" segna l'ultimo capitolo di un'amicizia solida e di un felice connubio artistico. Problemi di interesse, si dice; ma anche la frattura con uno stile di cui Battisti sembrava vergognarsi e che si lasciò alle spalle nei lavori successivi, quasi sempre validi ma privi, forse, del quidquid che aveva consentito alla produzione con Mogol di far vibrare le corde del sentimento e dell'emozione di milioni di persone. Dal suo isolamento in Inghilterra prima, poi in Brianza, Battisti cercò - e spesso riuscì - ad alzare il tono del suo lavoro, confermandosi artista attento e superbo interprete, pur perdendo forse in immediatezza e successo di massa che, comunque, continuava ad essere costante per i vecchi pezzi creati con Mogol, tutt'ora freschi ed attuali come se fossero stati composti ieri. Il primo album del dopo - Mogol, del 1982, si intitola "E già"; i testi sono della moglie Grazia Letizia Veronesi, in arte Velezia; riesce ad ottenere un discreto successo, con un mese di primato nelle classifiche di vendita. Nel 1986 Battisti inizia la collaborazione con il poeta Pasquale Panella; il loro primo lavoro comune è "Don Giovanni". I testi sono ermetici, criptici, colmi di simbolismi e metafore; tuttavia l'album - oggi considerato da alcuni un capolavoro assoluto - resta per due mesi in cima alle classifiche. Seguono nel 1988 "L'apparenza", dalle melodie bizzarre ed i testi ostici; nel 1990 "La sposa occidentale", con un ritorno alla vena melodica; nel 1992 "Cosa succederà alla ragazza", dai testi ermetici e dalle musiche raffinate; è, infine, del 1994 - pubblicato il 29 settembre - "Heghel", il disco che chiude il ciclo di collaborazione con Panella. Durante il ventennale, rigoroso isolamento il ruolo della moglie di Battisti diventa sempre più condizionante, sia nei rapporti privati che in quelli di lavoro e da molti amici (o ex amici) di Lucio viene considerata una presenza negativa e incombente. Degli ultimi anni di Lucio Battisti resta qualche immagine scattata di sfuggita, che lo ritrae invecchiato e ingrassato, gonfiato dai medicinali necessari per i problemi di salute che da tempo lo affliggevano. Ma nel ricordo è, forse, giusto separare il Battisti uomo, ritroso e scorbutico all'eccesso, dal Battisti artista, che ha saputo dispensare emozioni, facendo spiegare le ali alle poetiche e tenere parole di Mogol.


Emozioni - LUCIO BATTISTI

Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi
ritrovarsi a volare
e sdraiarsi felice sopra l'erba ad ascoltare
un sottile dispiacere
E di notte passare con lo sguardo la collina per scoprire
dove il sole va a dormire
Domandarsi perche' quando cade la tristezza
in fondo al cuore
come la neve non fa rumore
e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte
per vedere
se poi e' tanto difficile morire
E stringere le mani per fermare
qualcosa che
e' dentro me
ma nella mente tua non c'e'
Capire tu non puoi
tu chiamale se vuoi
emozioni
tu chiamale se vuoi
emozioni
Uscir dalla brughiera di mattina
dove non si vede ad un passo
per ritrovar se stesso
Parlar del piu' e del meno con un pescatore
per ore ed ore
per non sentir che dentro qualcosa muore
E ricoprir di terra una piantina verde
sperando possa
nascere un giorno una rosa rossa
E prendere a pugni un uomo
solo perche' e' stato un po' scortese
sapendo che quel che brucia non son le offese
e chiudere gli occhi per fermare
qualcosa che
e' dentro me
ma nella mente tua non c'e'
Capire tu non puoi
tu chiamale se vuoi
emozioni
tu chiamale se vuoi
emozioni

I giardini di Marzo - LUCIO BATTISTI

Il carretto passava e quell'uomo gridava gelati
al 21 del mese i nostri soldi erano già finiti
io pensavo a mia madre e rivedevo i suoi vestiti
il più bello era nero coi fiori non ancora appassiti
All'uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli
poi sconfitto tornavo a giocar con la mente i suoi tarli
e alla sera al telefono tu mi chiedevi perché non parli
Che anno è che giorno è
questo è il tempo di vivere con te
le mie mani come vedi non tremano più
e ho nell'anima
in fondo all'anima cieli immensi
e immenso amore
e poi ancora ancora amore amor per te
fiumi azzurri e colline e praterie
dove corrono dolcissime le mie malinconie
l'universo trova spazio dentro me
ma il coraggio di vivere quello ancora non c'è
I giardini di marzo si vestono di nuovi colori
e le giovani donne in quei mesi vivono nuovi amori
camminavi al mio fianco e ad un tratto dicesti "tu muori
se mi aiuti son certa che io ne verrò fuori"
ma non una parola chiarì i miei pensieri
continuai a camminare lasciandoti attrice di ieri
Che anno è che giorno è
questo è il tempo di vivere con te
le mie mani come vedi non tremano più
e ho nell'anima
in fondo all'anima cieli immensi
e immenso amore
e poi ancora ancora amore amor per te
fiumi azzurri e colline e praterie
dove corrono dolcissime le mie malinconie
l'universo trova spazio dentro me
ma il coraggio di vivere quello ancora non c'è

La collina dei ciliegi - LUCIO BATTISTI


E se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante

cancella col coraggio quella supplica dagli occhi
troppo spesso la saggezza è solamente
la prudenza più stagnante
e quasi sempre dietro la collina è il sole
Ma perché tu non ti vuoi azzurra e lucente
ma perché tu non vuoi spaziare con me
volando contro la tradizione
come un colombo intorno a un pallone frenato
e con un colpo di becco
bene aggiustato forato e lui giù giù giù
e noi ancora ancor più su
planando sopra boschi di braccia tese
un sorriso che non ha
né più un volto né più un'età
e respirando brezze che dilagano su terre senza limiti e confini
ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini
e più in alto e più in là
se chiudi gli occhi un istante
ora figli dell'immensità
Se segui la mia mente se segui la mia mente
abbandoni facilmente le antiche gelosie
ma non ti accorgi che è solo la paura
che inquina e uccide i sentimenti
le anime non hanno sesso né sono mie
No non temere tu non sarai preda dei venti
ma perché non mi dai la tua mano perché
potremmo correre sulla collina
e fra i ciliegi veder la mattina che giorno è
E dando un calcio ad un sasso
residuo d'inferno e farlo rotolar giù giù giù
e noi ancora ancor più su
planando sopra boschi di braccia tese
un sorriso che non ha
né più un volto né più un'età
e respirando brezze che dilagano su terre senza limiti e confini
ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini
e più in alto e più in là
ora figli dell'immensità

Lucio Dalla

Formatosi nelle orchestrine jazz degli anni 60, a stretto contatto con la "generazione beat", Lucio Dalla è divenuto nel decennio successivo uno dei cantautori italiani più geniali e versatili, sviluppando un universo poetico capace di spaziare dalla canzone politica a struggenti ballate notturne. Poi, un cambiamento espressivo e un declino, non privo però di qualche colpo di scena. La sua morte in Svizzera, durante un tour europeo, priva la musica italiana di una delle sue colonne. Lucio Dalla, l'uomo nato il 4 marzo 1943, è stato uno dei più innovativi e versatili interpreti della canzone italiana. Merito di una serie consecutiva di album che, a cavallo tra 70 e 80, ha donato nuova linfa allo stagnante paesaggio musicale nostrano, prima di un inesorabile declino, non privo, comunque, di qualche colpo di coda. La sua morte per infarto a Montreux (Svizzera), il 1° marzo 2012, a pochi giorni dal suo 69esimo compleanno, ha gettato nello sconforto almeno tre generazioni di italiani, cresciute con le sue canzoni, sempre stralunate, ironiche e al tempo stesso cariche di profonda poesia e umanità. Questa monografia ha quindi un duplice obiettivo: discernere il grano dalla gramigna nella sua vasta produzione e indurre qualche detrattore dell'ultim'ora a un riascolto più mirato.

 

La storia non può non iniziare il 4 marzo 1943. Oltre a segnare la nascita di Lucio Dalla, infatti, la data diverrà anche il titolo di uno dei suoi grandi classici, meglio noto come "Gesù Bambino". Niente porti, però, né marinai a fargli da contorno, bensì la Bologna del dopoguerra, pronta a trainare l'Italia negli anni del boom. Lucio è un ragazzino sgraziato e irrequieto, con il pallino della musica. Suona il clarinetto, passando dal repertorio popolare emiliano al jazz di New Orleans. Inizia a esibirsi in pubblico fin da giovanissimo: sale da ballo a iosa, poi il jazz tradizionale, a Roma. Prima una breve militanza nella Reno Jazz Gang, poi l'approdo nella Second Roman New Orleans Jazz Band e infine nei Flippers, ensemble nato sotto l'egida del maestro Carlo Loffredo con, tra gli altri, Fabrizio Zampa, Massimo Catalano e Franco Bracardi. Dalla è un ottimo clarinettista e un buffo cantante, che sperimenta tecniche ignote alla realtà italiana dell'epoca: vocalizzi estemporanei in stile "scat" (poi ripresi goffamente anche da Celentano), escursioni vocali disarmoniche al limite della stonatura, uno stile "black" che si rifà più alle asprezze proto-funk di James Brown che al "bel canto" soul di Marvin Gaye. E' Gino Paoli a scoprirlo e ad avviarlo alla carriera solista: in lui vede il primo cantante soul italiano. Ma soul, jazz e canzone sono per Dalla solo ingredienti per buffi divertissement musicali, scritti quasi per gioco. E infatti molti di questi non vengono neanche trasposti su vinile. Dal vivo, poi, l'esito è disastroso. Al Cantagiro del 1965 sono più i pomodori sul palco che gli applausi. Una volta - racconta in una bellissima intervista a Giancarlo Dotto - gli tirano una mela in pieno petto. Sente un male cane, e fa finta di cantare facendosi aiutare da un corista... Ma Dalla è uno spirito libero, provocatore: se ne infischia della etichetta, va in giro vestito male, canta (per l'epoca) male, si pone male. Ed è anche parecchio bruttino. Di una bruttezza ispida, scontrosa, che non muove a simpatia o a tenerezza come quella del "molleggiato" Celentano. All'Italietta che canta "Non ho l'età" e lascia alla deriva Luigi Tenco, uno così non può certo piacere. Testardamente, però, Dalla va avanti. Dal 1965 al 1970 prosegue il suo percorso eccentrico, che spesso entra in contatto con il movimento beat. Nel 1966 scende nell'arena del festival di Sanremo con "Paff... bum": al suo fianco nientedimeno che gli Yardbirds, leggendario gruppo-culla del blues rock inglese. Il pezzo, firmato da Reverberi e Bardotti, è bislacco, canzonatorio (il titolo vorrebbe simulare il battito del cuore quando incontra una ragazza!), ma allineato ai suoni dei tempi. Passerà praticamente inosservato. Nello stesso anno Dalla pubblica il suo primo album, "1999". Un guazzabuglio di matrice jazz-pop, che alterna tracce brillanti, come la title track e la raffinata "Tutto il male del mondo" (riproposta più di trent'anni dopo col nuovo titolo di "Amici"), a esperimenti velleitari ("Lsd", "Quando ero soldato"). L'album è un fiasco e nei quattro anni successivi Dalla appare confuso, indeciso se proseguire nella sua opera di dissacrazione dei feticismi canzonettari o cedere alle sirene dell'industria discografica. Nel 1967 partecipa di nuovo al Festival della canzone insieme ai Rokes con "Bisogna saper perdere" e fa da spalla addirittura a Jimi Hendrix nel concerto al Piper di Milano. Brani toccanti come "Lucio dove vai" (una sorta di auto-confessione ironica) e "Il cielo" dimostrano che il talento non l'ha abbandonato. E la sua tenacia è premiata nel 1970 dal primo successo come compositore: Gianni Morandi incide la sua "Occhi di ragazza" e la porta in vetta alle classifiche. Il pezzo non vale granché, ma è grazie ad esso che l'Italia gli schiude le porte. All'inizio del nuovo decennio, Dalla piazza subito una zampata. L'album "Terra di Gaibola" (1970), infatti, sfoggia alcune delle sue canzoni più graffianti del periodo - da "Il fiume e la città" a "Non sono matto (o la capra Elisabetta)", primo testo uscito dalla sua penna, musicato da Gino Paoli - più una efficace reinterpretazione di "Occhi di ragazza" e un paio di ballate suggestive come "Sylvie" e "Dolce Susanna", quest'ultima composta per un giovanissimo Ron. Gli arrangiamenti dei fratelli De Angelis (meglio noti in seguito come Oliver Onions) sono calibrati. E i testi di autori come Sergio Bardotti, Gianfranco Baldazzi e Paola Pallottino ammantano il disco d'un lirismo trasognato, in cui la periferia bolognese di Gaibola assurge a luogo leggendario. Al festival di Sanremo del 1971, Dalla si presenta un piccolo capolavoro come "Piazza Grande", scritta insieme a Ron e al duo Gianfranco Baldazzi-Sergio Bardotti, un'altra toccante storia di marginalità e solitudine. Il successivo album "Storie di casa mia" (1971) conferma la sua vena a corrente alternata, tra piccoli gioielli di struggente pop melodico ("La casa in riva al mare", "Per due innamorati" e "Il gigante e la bambina", destinato a divenire uno degli hit dell'amico Ron), confusi quadretti naif ("Un uomo come me", "Il bambino di fumo") e piccole cadute di stile (il coro un po' pacchiano di "Itaca"). Ma a trascinare il disco è il singolo "4 marzo 1943" di cui sopra, benedetto tra i fiori di Sanremo e lanciato anche in Brasile (nella versione di Chico Buarque De Hollanda), in Francia (a cura di Dalida) e in Giappone. E' una fiaba agrodolce, firmata da Paola Pallottino e accompagnata solo dal violino "alticcio" di Renzo Fontanella: Dalla la interpreta con piglio da cantastorie, esaltandone lo spirito dissacrante (la canzone sarà vieppiù censurata) e bohémienne. Quel Gesù Bambino tra i ladri e le puttane assomiglia molto a quello del Vangelo, ma risulta certamente indigesto all'Italia bigotta dell'epoca. Una poesia stradaiola, proletaria, quella di Dalla, che troverà ancor più compiuta affermazione un anno dopo nel clochard della struggente "Piazza Grande", che farà inumidire gli occhi anche al compassato pubblico del Teatro Ariston.

 

"Il motore del Duemila"

Dalla è pronto per il grande salto. Non vuole però sfruttare la comoda scia sanremese, e si imbarca così in una scommessa ad alto rischio: una trilogia in collaborazione con il poeta bolognese Roberto Roversi, intellettuale marxista e fondatore, insieme a Pasolini e Fortini, della rivista letteraria "Officina". Invece di cavalcare la tradizione della canzone popolare, come stavano facendo con successo molti suoi colleghi (da Lucio Battisti in giù), Dalla la prende di petto e la fa a pezzettini: arrangiamenti stranianti, linee melodiche eccentriche, suoni e rumori "concreti", storie spiazzanti e interpretazioni vocali d'impronta jazzistica, tutte giocate sulle improvvisazioni e sui cambi di registro, compongono un universo musicale avanti anni luce rispetto alla scena italiana dell'epoca (e di gran parte di quella a venire). La "canzone politica" di Dalla e Roversi dà voce alle ansie di quella Italia che non si piega alle "verità ufficiali", che vuole bucare il muro di gomma del potere e del perbenismo, che reclama un cambiamento profondo della società. L'esordio del duo, "Il giorno aveva cinque teste" (1973), è un album multiforme ed ermetico, discontinuo, ma illuminato da sprazzi geniali. Il lirismo di Roversi fa emergere una livida vena di denuncia sociale rimasta fino a quel momento sottotraccia nel canzoniere di Dalla. "Questo luogo del cielo è chiamato Torino/ lunghi e grandi viali/ splendidi monti di neve/ illuminate tutte le sponde del Po/ mattoni su mattoni/ sono condannati i terroni/ a costruire per gli altri/ appartamenti da 50 milioni", è la chiusa di "Un'auto targata Torino", spicchio agro d'immigrazione (e speculazione edilizia) nel falso eldorado del Nord. Dalla non si limita a musicare le (bellissime) poesie di Roversi, mettendoci molto del suo. Nel canto, anzitutto, che non è solo strumento di comunicazione, ma sostanza creativa autonoma. A volte non serve neanche la musica, basta la voce per esprimere l'idea di un brano ("E' lì"); altre volte, se è solo la musica a essere messaggio, come in "Pezzo Zero", il canto si può ridurre a un miscuglio di fonemi. Così disaggregate, le parole perdono ogni senso secondo i tradizionali codici linguistici, acquistando però un'istintiva musicalità, quasi a simboleggiare il ritorno a un primitivismo che scardini l'umanità dalle convenzioni. Un'umanità più che mai alienata, nei meccanismi automatizzati dell'industria ("L'operaio Gerolamo") o nei rituali ripetitivi della quotidianità ("Alla fermata del tram"). La rivalsa sulla ragione de "Il coyote", il guasto nelle macchine ("Il grippaggio") e il ritorno allo spirito innocente de "La "Bambina" non sono che ulteriori riprove di questo anelito "naturalista" che pervade il disco. Nel secondo capitolo, "Anidride solforosa" (1975), la coppia è ancor più affiatata: la scrittura di Roversi si cala meglio nel formato-canzone e Dalla canta con debordante verve, al punto da fare persino il verso a una nobildonna emiliana nella splendida title track, immersa in un oceano di proto-computer. Surrogato nocivo dell'aria da respirare, l'anidride solforosa simboleggia l'annebbiamento dell'individuo, la nube tossica che fa "vedere a malapena" le città, in un mondo sempre più robotizzato, in cui "sapremo quante volte fare l'amore e quante volte i fiumi in Italia traboccano". L'incubo della società industrializzata è ancora una volta il leit-motiv di brani poliedrici, in cui il lato musicale si fa più consistente, tra cori stranianti, vocalizzi strozzati, archi impazziti, cambi improvvisi di ritmo e orchestrazioni para-jazz. Si affastellano ricordi d'infanzia, denunce politiche, ritratti di eccentrici ed emarginati: dalla piccola gitana abbandonata tra i rifiuti ("Carmen Colon") al detenuto del carcere minorile bollato come "Mela da scarto", dagli amici ormai irriconoscibili ("Non era più lui") alla rielaborazione di miti guerrieri (la splendida "Ulisse coperto di sale"), da nostalgie irrisolte ("Tu parlavi una lingua meravigliosa", "Un mazzo di fiori") a invettive anticapitaliste mascherate dal nonsense (lo sproloquio dei titoli azionari de "La borsa valori"). Si chiude con il rompicapo di "Le parole incrociate", in cui il gioco enigmistico si tramuta in una galoppata a ritroso nella storia. L'ultimo capitolo della trilogia, il concept-album "Automobili", è il più travagliato: incappa infatti nella censura della Rca che pretende l'eliminazione di due brani considerati troppo politicizzati. Dalla, a malincuore, accetta, Roversi ritira la firma per protesta, celandosi dietro lo pseudonimo di "Norisso". Il filo rosso resta sempre il rapporto tra l'uomo e il progresso tecnologico, raffigurato nello specifico dalla civiltà dell'automobile. L'auto, anzitutto, come settore nevralgico del potere industriale, già turbato però dai primi sintomi di crisi ("stecco di legno sull'onda"): ecco allora la geniale "Intervista con l'Avvocato", in cui Gianni Agnelli illustra a un cronista del Manchester Guardian il futuro del settore automobilistico; Dalla la interpreta da par suo: fa recitare al padrone della Fiat un comico grammelot pseudo-inglese, canta in "scat" e si produce in un pazzesco "solo" vocale. Ma auto è anche sinonimo di mito: il mito del progresso, della velocità, del trionfo. E la parabola di Nuvolari ne è la perfetta incarnazione. Introdotta dalle percussioni "tarantellate" di Tony Esposito, la suite di "Mille miglia" si addentra nelle rovine dell'Italia contadina devastata dalla Grande Guerra, che vive col "cuore divorato" le imprese degli assi delle corse. In un'epopea di "spruzzi d'olio e sbruffi di terra", il "mantovano volante" domina la sua vettura: "Nuvola, Nuvolari, sei una nuvola nera!" è il ritornello, illuminato da un charleston alla Bixio. Ma in Nuvolari (e siamo al brano omonimo), Dalla vede anche la proiezione dei suoi limiti fisici: è "basso di statura", "al di sotto del normale", "ha cinquanta chili d'ossa". Limiti superati, però, da una forza sovrannaturale, perché "c'è sempre un numero in più nel destino quando corre Nuvolari" e così anche quando la sua monoposto esce di strada, in un inferno di "acqua, grandine e vento", lui "rinasce come rinasce il ramarro/ batte Varzi, Campari/ Borzacchini e Fagioli/ Brilliperi e Ascari...". Brano leggendario, trascinato da un riff scatenato e da coretti femminili deliziosamente retrò: solo Paolo Conte con la sua "Bartali" riuscirà a dipingere le gesta di un campione con altrettanta poesia. Nella seconda parte il disco si fa più oscuro. L'incubo autostradale de "L'ingorgo" parte piano, con la voce distorta dall'eco e gli accordi solenni dell'organo, poi prende quota al ritmo degli sbuffi dei synth. E poi arriva l'ode al "Motore del Duemila", che sarà "bello e lucente.../ Avrà lo scarico calibrato e un odore che non inquina/ Lo potrà respirare un bambino o una bambina". Una profezia ottimistica (si pensi agli attuali dispositivi para-ecologici), che invece ghiaccia il sangue, complici anche gli stacchi spettrali dei synth e il dilemma finale: sappiamo tutto sul motore, ma come funzionerà il cuore del ragazzo del Duemila? In tanta caligine, il finale apre un raggio di luce: la storia, sottolineata dagli accordi di un Eminent, dei "Due ragazzi", che scelgono un'auto in rottamazione come dimora dei loro incontri d'amore. Ritrovando la propria intimità, l'individuo si è finalmente riappropriato di sé stesso. Pur musicalmente ostico, il disco ottiene buoni riscontri di pubblico, supportato da buffi spettacoli, vicini al teatro di Dario Fo e Giorgio Gaber. Ma la vicenda della censura ha ormai aperto un solco nel duo bolognese. Roversi torna alla sua attività di poeta, Dalla decide di compiere il grande passo: sarà lui stesso a scrivere i testi delle sue canzoni.

 

"Stomp and go"

L'esordio del Dalla paroliere non potrebbe essere più felice.

"Come è profondo il mare" (1977), infatti, sfodera un attacco folgorante: "Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti. Siamo i gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri, e non abbiamo da mangiare...". Finalmente consapevole dei propri mezzi espressivi, Dalla si rivela autore sensibile e fantasioso, mescolando idealismo politico e sentimenti, eccentricità e humour. "Come è profondo il mare" è un disco di storie quotidiane a sfondo autobiografico, di cani randagi braccati e di anime perse. Un racconto scandito da una varietà di ritmi e stili: il blues, il rock, il soul, lo stomp, la ballata melodica. E' un disco più accessibile, ma ancora denso di richiami allegorici. Il mare della title track, ad esempio, raffigura il pensiero, che "dà fastidio, anche se chi pensa è muto come un pesce", ma "non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare". E così i potenti si accaniscono sul mare: lo vogliono bruciare, uccidere, umiliare. Cantilena lenta e dolcissima, cadenzata sul basso liquido di Marco Nanni, ti si insinua, inesorabile, nelle orecchie e nel cuore. E ti convince che forse davvero è dai pesci che discendiamo tutti... Ma è solo l'inizio. Perché c'è da tuffarsi nella tenerezza del "Cucciolo Alfredo", che vaga sperduto nelle vie del centro tra la gente che "con gli occhi per terra prepara la guerra", sognando di fuggire sulle note di una canzone d'amore. Melodia che apre il cuore e testo ispiratissimo, con punte d'ironia bruciante ("la musica andina, che noia mortale!/ sono più di tre anni che si ripete sempre uguale..."; "uno scudo crociato e una stella cometa fanno pubblicità da un muro a una dieta"). La metropoli mostra il suo volto feroce anche nella sarabanda di "Corso Buenos Aires", dove un terrone, un cane e un bambino rubano del tonno, un salame e una banana scatenando il "furore sacro" dei tutori dell'ordine. Un'allucinazione urbana a ritmo di blues-rock. All'elegia fiabesca del primo lato, subentra la sensualità sboccata di "Disperato erotico stomp", che caracolla su un ritmo ripetitivo e beffardo, scandendo la storia di ordinaria depressione di un uomo abbandonato dalla propria donna, dei suoi incontri in una Bologna grottesca (la puttana "ottimista e di sinistra", il berlinese che si è perduto in centro...), del suo autoerotismo consolatorio, unico epilogo possibile. Volgarità, sì, ma arguta e graffiante: intere generazioni di canzonettari italiani, più o meno spiritosi, cercheranno di emularla. Prima dell'epilogo, affidato al nuovo sogno di "Barcarola", c'è ancora tempo per ubriacarsi di malinconia: "Quale allegria" potrà mai esservi quando sei "a letto insieme senza pace/ senza più niente da inventare" e non resta che "farsi anche del male per potersi con dolcezza perdonare, e continuare"? Una semplice ballata pop. Da groppo in gola. Anche il suono si irrobustisce, grazie a un gruppo di strumentisti bolognesi che poi confluirà in parte negli Stadio (dal tastierista Fabio Liberatori al chitarrista Ricky Portera). Nasce così il tipico "Dalla-sound" del periodo, che mescola timbri mediterranei a cadenze soft-rock. Berretto rosso o blu in testa, braghe di tela e canottiera, Lucio Dalla porta in giro per l'Italia uno show trascinante, rivelando una presenza scenica sconosciuta ai nostri cantautori e cavalcando il successo di "Come è profondo il mare". Il piccolo clown peloso, incompreso e dileggiato negli anni 60, diviene una star. Come nella favola del rospo che si trasforma in principe. Una rivincita incredibile per Dalla, il quale, pur restando sempre con i piedi ben saldi nella canzone d'autore, non aveva mai nascosto di mirare al grande pubblico. L'idillio avviene però con una nuova generazione, quella che ha messo da parte "i favolosi anni 60", i Watussi e Bandiera Gialla, e vive tutte le incertezze di un decennio di contraddizioni, nato sulle ceneri del '68 e destinato a spegnersi negli anni di piombo. Dalla è comunista, eccentrico, scomodo, ma i suoi testi, sempre profondamente umani, e il suo grande talento melodico lo rendono sdoganabile anche alla "maggioranza silenziosa" ("quello che dicono le mie canzoni potrebbe dirlo anche mia zia", ha sempre tenuto a ribadire). Ad avvicinarlo alla gente è anche la sua profonda umanità, la sua umiltà di artista di strada, che ironizza sempre su stesso: "Avevo undici anni - racconterà sempre nell'intervista a Dotto - quando mia madre, donna strana, una stilista che non sapeva mettere un bottone, mi portò in un istituto psicotecnico di Bologna per un test sulle mie attitudini. Risultò che ero un mezzo deficiente...". Quando esce "Lucio Dalla" (1978), il boom è servito. Più curato, anche se meno sperimentale del precedente, il disco si affida essenzialmente alla ballata melodica, senza disdegnare improvvisi scatti di ritmo e incursioni in territori blues-rock. Rispetto al passato, emerge soprattutto quella chitarra dalla quale Dalla si era sempre tenuto a distanza, quasi a rimarcare la differenza con i colleghi di impostazione folk (De Gregori, Guccini, Venditti, Vecchioni, De André). La chitarra è però soprattutto quella elettrica di Ricky Portera, che con i suoi "solo" sottolinea gli episodi più rock. Perfettamente funzionali al progetto anche gli inserti di fiati, da sempre cari a Dalla, e gli arrangiamenti d'archi di Giampiero Reverberi, che aggiungono un tocco di epos in più. Testi d'incredibile intensità poetica, giocati sulle assonanze in un miscuglio di lingua colta, sintassi parlata e dialetto, e interpretazioni sanguigne, ricche di colpi di scena, completano un quadro pressoché perfetto. Colpisce la tenerezza infinita di brani come "Stella di mare", soft-rock che si impenna in un bell'assolo conclusivo di chitarra, e "Anna e Marco", lirico quadretto di periferia in cui la luna diventa una palla ed il cielo un biliardo, e le stelle dei flipper fanno sognare un'altra vita, anche se l'America è lontana. Ma dietro la piacevolezza melodica si nascondono anche storie poco tranquillizzanti: dall'apocalisse elettro-rock de "L'ultima luna" (affollata di mostri e foschi presagi, dove "lo scimmione si aggirava tra la giostra e il bar" e perfino "l'angelo di Dio bestemmiava, facendo sforzi di petto"), alla inquietante "Notte" (uno dei temi cruciali del suo canzoniere è proprio la fascinazione notturna, quasi metafisica e surreale), dal grottesco ritratto del Potere impersonato da "La signora" all'amara ode a "Milano", sospesa tra modernità e nostalgia: "Milano vicino all'Europa/ Milano che banche che cambi/... Milano che quando piange/ piange davvero/... poi Milan e Benfica/ Milano che fatica/... Milano sguardo maligno di Dio/ zucchero e catrame". Forse la più bella canzone in assoluto su Milano, scritta, per di più, da un non milanese. E se "Cosa sarà", primo frutto del sodalizio con De Gregori, nasconde la malinconia nel ritmo allegro, "L'anno che verrà" ritrae un'era svogliata ("Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po'..."), in cui il tramonto delle utopie rischia di scivolare nella disillusione. Un'epoca in cui si esce poco la sera, forse per la paura degli anni di piombo che stanno avvelanando l'Italia. Il verso finale - "Io mi sto preparando, è questa la novità" - può così essere letto come l'ultimo scatto di ottimismo o la definitiva capitolazione al realignment dell'incombente decennio 80. Ballata pressoché perfetta, resterà il suo manifesto definitivo. Al culmine della popolarità, Dalla parte insieme a Francesco De Gregori per il tour-evento di "Banana Republic" (1979), dal quale saranno tratti l'omonimo doppio live e un film. Ne scaturiscono anche pezzi inediti, talora un po' ruffiani ("Come fanno i marinai"), talaltra decisamente incisivi (la struggente title track, riadattamento di un brano americano da parte di De Gregori). Tra "l'istrione plebeo di strada" (Dalla) e "il principe malinconico e fascinoso" (De Gregori) - come li definiva l'enfatica stampa di allora - la collaborazione vive sempre sul filo della tensione. Decisivo il ruolo di mediazione del solito Ron, che affianca anche i due sul palco. In una sorta di epico road movie italiano, scorrono alcuni dei brani più significativi dei loro repertori, da "Piazza Grande" e "4/3/1943" (Dalla) a "Bufalo Bill" e "Santa Lucia" (De Gregori), e c'è spazio anche per una strana cover di "Gelato al limone " di Paolo Conte. "Banana Republic" celebra una Italia che cerca una via d'uscita dagli anni di piombo inseguendo atolli tropicali o eremi politici cubano-caraibici. Sarà un grande successo, con stadi sempre gremiti e 500.000 copie vendute. Il sodalizio tra i due, però, si interromperà senza alcun presumibile sviluppo.

 

"Futura e altre storie"

"Dalla" (1980) consolida la formula, aggiungendo però un pugno di nuove, formidabili ballate. "Futura" è uno dei suoi massimi capolavori melodici: la riflessione di due innamorati su dubbi e paure del futuro ("Chissà chissà domani/ su che cosa metteremo le mani/ se si potrà contare ancora le onde del mare/ e alzare la testa") si scioglie in un crescendo che combacia con l'orgasmo. Lucio Dalla sogna un domani migliore per Futura, ma anche per tutti noi, facendoci ancora sanguinare il cuore. L'altra serenata notturna di "Cara" rinnova il miracolo, con un testo di straripante malinconia e una melodia avvolgente, cullata dal piano. Anche la trascinante "Balla balla ballerino" gioca la carta dell'accelerazione improvvisa di ritmo, spingendo sulla chitarra elettrica spavalda di Portera, e sublima nelle mosse di un danzatore vent'anni di pacifismo ("Balla anche per tutti i violenti.../ Se capissero vedendoti ballare/ di essere morti da sempre/ anche se possono respirare"). Ma resta anche l'ironia surreale, che illumina la tragicomica fine di un amore in "Mambo" ("se ne è andata sbattendo la porta, e avevo in mezzo la mano") o personaggi memorabili come "Meri Luis", la ragazza triste che però alla fine "ha benedetto il cielo come fosse un fratello, per le sue belle tette e per l'amico che le vuole toccare". L'intero disco è un viaggio a ritroso in un tormentato percorso sentimentale, un viaggio fatto di malinconie e di solitudini. "A metà strada tra Ferrara e la luna", Dalla ritorna nelle giostre dell'infanzia ("Il parco della luna"), si ferma a "fare a pezzi una canzone" nei vicoli di Roma, sognando una "Sera dei miracoli" (e inventandosi un'altra delle sue melodie mozzafiato), interroga perfino delle ottuse divinità sul senso della vita ("Siamo dei"). A queste canzoni non servono effetti speciali. "Che commozione, che tenerezza" annuncia Dalla fin dall'inizio. E' questo il segreto. Dopo aver espugnato anche il n. 1 delle classifiche senza aver mai venduto l'anima al diavolo, Dalla si avvia alla parabola discendente della sua carriera. Prima, però, c'è spazio ancora per un interessante lavoro, un "Q-Disc" (1981), in cui alla cover jazzistica della "You've Got A Friend" di Carole King si affiancano un bel blues malinconico ("Madonna disperazione"), un'altra ballata melodica doc ("Telefonami tra vent'anni", sorta di aggiornamento in chiave ancor più rassegnata de "L'anno che verrà") e un pop-rock a tinte un po' grevi ("Ciao a te", dove nel mirino finiscono i padri e i cattivi maestri, ma anche l'omofobia di ogni tempo). L'epitaffio della stagione d'oro di Lucio Dalla è un tris di concerti a Castel Sant'Angelo (Roma) di fronte a centomila persone. Il tour sarà anche l'occasione per il debutto ufficiale degli Stadio, destinati a una carriera dalle alterne fortune negli anni a venire. Già con 1983, infatti, l'impressione è che l'incantesimo si sia rotto. I brani sono meno ispirati, la scrittura meno fluida e brillante, le soluzioni armoniche più forzate. La suite omonima, sorta di rassegna di quarant'anni di storia italiana, affoga qualche buona intuizione in un eccesso di verbosità. "Noi come voi" tenta di tenere a galla col ritmo idee un po' bolse. La dance demenziale di "Stronzo" (in "scat") è gradevole, ma innocua. Dalla, semmai, riesce ancora a graffiare quando scava nella malinconia di "L'altra parte del mondo", cui l'uso dell'elettronica conferisce un senso di profondità.

 

"Lucio dove vai? " - Gli anni del declino

Resosi conto che qualcosa s'è inceppato, Dalla prova a cambiare registro con "Viaggi organizzati" (1984). Il passaggio dal sound degli Stadio a quello di Mauro Malavasi riduce gli accenti rock in favore di una elettronica al limite della dance, che dovrebbe rinvigorire le canzoni, e invece le affossa definitivamente. Fa eccezione "Washington", che attornia di pulsazioni sintetiche l'avventura tragicomica di due bombardieri dell'aviazione ("qui c'è solo un sasso... non si vede un casso!"). Il "nuovo" Dalla ha perso un po' di passionalità: è più freddo, cerebrale, studiato. Ha ancora voglia di essere insolente, ma non ha più le armi adatte per riuscire a esserlo. Due anni dopo, "Bugie" fa indietro tutta, ritornando al format della ballata, ma paga il prezzo del deja vu. Il singolo "Se io fossi un angelo" tradisce un crollo nella scrittura di proporzioni imbarazzanti. Dalla si aggrappa al mestiere per cesellare un paio di buone canzoni d'amore ("Chissà se lo sai" e "Scusami tanto se ho solo te") e cerca quantomeno di rinnovare la sua verve interpretativa (la vocalità sincopata e nervosa di "Luk", quella più frenetica di "Navigando"). Ma è tutto qui. Opportunamente, "DallAmeriCaruso" (1986) cerca allora di riportare l'attenzione sui suoi (sempre ottimi) show dal vivo, documentando un concerto al Village Gate di New York. Ma l'asso nella manica è l'inedita "Caruso", composta in estate nell'albergo di Sorrento dove il tenore Enrico Caruso trascorse i suoi ultimi giorni. Rivisitazione straziante del tema "Te voglio bene assaie" di Donizetti in chiave melodico-napoletana, diverrà uno dei più grandi successi di Dalla, con nove milioni di copie vendute in tutto il mondo in decine di versioni (una delle quali a cura dell'immancabile Pavarotti). Quando però Dalla decide di imbarcarsi nel tour col vecchio amico Gianni Morandi, campione della canzonetta italiana (Dalla/Morandi, 1988), si intuisce che il suo passato è definitivamente sepolto. Ormai più showman che cantautore, il cantastorie degli anni 70 rischia di trasformarsi rapidamente in macchietta. Cosa che puntualmente avviene qualche mese dopo, quando mette in scena la pantomima di "Attenti al lupo". E' il singolo che trascina al successo "Cambio" (un milione e mezzo di copie vendute), oscurando due tracce interessanti come "Le rondini" (composta con Malavasi) e "Comunista", rielaborazione di un testo scritto da Roversi quindici anni prima e che suona ora come un doloroso amarcord. Nel complesso, però, il disco è uno stanco ripetersi di stili, suoni e perfino parole (stelle, lune, occhi, mare, mani, telefoni...). Seguirà un prolungato tour, documentato nel live "Amen". Con "Henna" (1994), se non altro, Dalla mostra di ritrovare a sprazzi la vitalità sardonica degli anni d'oro (la spassosa gag di "Merdman", che torna a raccontare l'emarginazione attraverso la storia di un alieno che finisce in un talk-show) e la voglia di sperimentare qualcosa in più anche sul fronte del sound (la misticheggiante title track, la rielaborazione in chiave moderna del Modugno di "Vecchio Frack" in "Latin Lover"). Una piccola boccata d'ossigeno, insomma. Due anni dopo, tuttavia, "Canzoni" riprende la parabola discendente. "Ayrton" (ovvero Senna, mito brasiliano della F1) tenta invano di ritrovare l'incanto epico di "Nuvolari", il singolo "Canzone" si affida alla penna di Samuele Bersani ma senza lasciare il segno; l'unica sorpresa, così, è la stridente ghost-track: una reprise di "Disperato erotico stomp" cui segue un inno religioso cantato da un monaco con il solo accompagnamento di organo. Come a dire: il profano e il sacro... Premiato anche con la laurea honoris causa del Dams di Bologna in "Discipline dell'arte, musica e spettacolo", nel 1999 Dalla pubblica "Ciao", che vorrebbe dire salutare il secolo nel clima mesto dei Balcani in fiamme, ma è un altro flop (la title track, con la voce filtrata e resa irriconoscibile, verrà perfino usata come segreteria del numero verde Telecom!). "Luna Matàna" (2001) è un altro buco nell'acqua, tra archi fuori misura, inopportuni ricorsi al vocoder e ammiccamenti commerciali un po' troppo espliciti (la stanca ode calcistica di "Baggio Baggio", la patacca gitana à la Gipsy Kings di "Zingaro"); limitano appena i danni "Kamikaze", cupa profezia dei nostri giorni, e la più lineare "Siciliano", appena "disturbata" da un fugace intervento di Carmen Consoli. Nel 2001 Einaudi gli dedica "Parole e canzoni" (2001), un cofanetto con tutti i testi delle canzoni e un video; nello stesso anno Dalla pubblica il suo primo libro di racconti "Bella La vita", edito da Rizzoli. In pieno delirio artistico, Dalla abbraccia perfino la lirica, con il melenso polpettone di "Tosca". "Amore disperato" (2003), ispirato all'opera di Puccini. La serata ad hoc nel salotto di Bruno Vespa incornicia malinconicamente il crepuscolo dell'ex-menestrello ribelle e geniale degli anni 70. Ma l'autoironia non è certo venuta meno: abbandonato il suo leggendario zucchetto di lana, copre la pelata con un improbabile toupè confezionatogli da Cesare Ragazzi (!). Nello stesso periodo esce il nuovo album "Lucio", che assembla tracce eterogenee, come il tema del film "Prima dammi un bacio" di Ambrogio Lo Giudice, canzoni stiracchiate come "Le stelle nel sacco", "Yesterday o Lady Jane?", due estratti da "Tosca" ("Per Te" e "Amore disperato", cantata in duetto con Mina), più un ripescaggio del tema del mago di Oz ("Over the Rainbow") di cui invero non si sentiva la necessità. Per "Il contrario di me", il nuovo disco del 2007, Dalla si affida a una scelta bizzarra: farlo uscire contemporaneamente nei negozi e in edicola con il quotidiano "La Repubblica". Al di là dell'aspetto "rivoluzionario", il gesto sembra però svelare soprattutto le incertezze del cantautore bolognese sulle possibilità di successo della sua nuova creatura. Dalla si impegna anche in veste di arrangiatore e produttore (con Marco Alemanno) e tenta di offrire il ritratto di un artista divertito e riflessivo, che getta uno sguardo dolceamaro sul presente, attraverso undici istantanee legate tra loro. Il singolo "Due dita sotto il cielo", ispirato all'amico Valentino Rossi scivola su atmosfere delicatamente jazzate. "Liam" si gioca tutto sui controcanti e su un testo stavolta un po' più ficcante. Il reggae di "Malinconia d'ottobre" trasporta nella Lisbona di Pessoa, mentre "Rimini" affoga in spezie orientali il carosello della riviera romagnola. "Spengo il telefono e ti cancello" vorrebbe suonare come una satira sull'abuso di comunicazione attuale, ma non graffia mai. E se "Lunedì" spinge sul tasto della nostalgia, con effetti sonori d'antan, la più ambiziosa preghiera laica di "I.N.R.I" affoga in bolsi arrangiamenti reggae. Il disco si chiude nel segno del blues con "atiV", dove il gioco della parola scritta al contrario serve a richiamare la vecchia "Vita", cantata con Morandi. E' un flop, ma sembra almeno che Dalla ci metta il cuore, rimettendosi in gioco con un certo coraggio.

 

Un colpo al cuore

Nel 2010, l'evento che non ti aspetti: Lucio Dalla ritrova il vecchio amico Francesco De Gregori, trentun anni dopo "Banana Republic". Un concerto emozionante, quello al Vox Club di Nonantola (Modena). Ma nessuno poteva prevedere che quel "Work in Progress" diventasse un cantiere itinerante per un anno intero. Da quel 22 gennaio 2010, i due hanno attraversato instancabilmente l'Italia con il treno delle loro canzoni. E non finisce qui, perché nuove date sono state annunciate da qui alla primavera del 2011. Niente a che vedere col gigantismo dello storico tour del '79, anche se non sono mancate grandi cornici, come l'Arena di Verona. La sera insieme a suonare, poi ognuno a casa sua, a conferma di due personalità diversissime e, proprio per questo, complementari. Il doppio cd "Work In Progress" suggella la ritrovata sintonia dei due sul palco, dove ognuno canta le canzoni dell'altro, salvo "Caruso" e "La donna cannone", troppo personali per prestarsi allo "scambio". Poi, i duetti, spesso i momenti più godibili, su tutti una struggente "Santa Lucia", non a caso il pezzo di De Gregori preferito da Dalla, una trascinante "Nuvolari" e un divertito "Disperato erotico stomp". Anche se - va detto - i ruoli rispetto a "Banana Republic" sembrano essersi invertiti: oggi è De Gregori il più in forma, anche come interprete, mentre Dalla fatica un po' a stargli dietro, sopperendo con mestiere e carisma. Ventinove brani dal vivo e due inediti: l'invito al viaggio di "Gran Turismo" (soprassedibile) e "Non basta saper cantare", una bella ballata pianistica old-style, più la versione in studio di "Generale" e la cover di "Just A Gigolò" ("Solo un gigolò"). Tanti classici, pescati nel miglior repertorio di entrambi. Con arrangiamenti del tutto inediti. Può capitare così di imbattersi in una coda di sax e chitarre al posto della sonata di piano de "La leva calcistica della classe ‘68", di vedere un'armonica dylaniana rimpiazzare le immortali zampogne di "Viva l'Italia" o di stentare a riconoscere la "Buonanotte Fiorellino" tramutata da valzer musette in galoppata rock. Più rispettosi degli originali i brani di Dalla, anche se gli arrangiamenti moderni donano nuova verve a capolavori del passato come "Anna e Marco", "L'anno che verrà", "Futura", mentre una sentita "Henna" ci ricorda quella che è forse la sua ultima prodezza recente. Allegato il Dvd "Back To Back", con un'ora circa di backstage e interviste. Non un'operazione-nostalgia e neanche un prodotto meramente promozionale, in ogni caso, come dimostra la mancanza proprio dei brani tratti dai loro album più recenti. Solo la testimonianza sincera e divertita di due giganti della canzone d'autore disposti a rimettersi in gioco dopo quarant'anni di onorata carriera. Con tutti i pregi di ieri e qualche limite di oggi. Nel frattempo, il cantautore bolognese porta avanti una carriera parallela come compositore di colonne sonore, per Monicelli, Antonioni, Giannarelli, Verdone, Campiotti, Placido e altri. La sua predisposizione alla tv lo ha spinto a imbarcarsi in trasmissioni Rai più o meno di successo come "Taxi", "Te voglio bene assaje", "Mezzanotte: angeli in piazza" e il famigerato "La Bella e la Besthia", insieme a Sabrina Ferilli. Fa anche il gallerista, l'organizzatore di eventi, il talent scout (tra i suoi pupilli, anche Samuele Bersani, oltre all'attore Marco Alemanno). Ma della sua musica, ormai, è rimasto soprattutto il ricordo del passato. Come quello testimoniato dalla bella, doppia antologia "Questo è amore" (2011) contenente 31 tracce, tra le quali tre brani inediti e una nuova versione di "Meri Luis", interpretata in duetto con Marco Mengoni. Canzoni meno note, eppure preziose per ricostruire il percorso di Dalla, dall'omaggio al Quartetto Cetra de "La leggenda del prode Radamès" a chicche tratte dalla trilogia dei motori, dalla vecchissima "Il coyote" a piccole gemme come "Mambo", "Pecorella", "Le rondini" e tante altre. Nel 2012 Dalla torna anche a Sanremo, accompagnando Pierdavide Carone nel pezzo "Nani", che ottiene buoni riscontri di critica. Poi, come un fulmine a ciel sereno, la tragedia che chiude il sipario.

Lucio Dalla muore il 1° marzo 2012 nella sua camera d'albergo a Montreux, in Svizzera, stroncato da un infarto. Era nel mezzo di un tour europeo di successo e niente lasciava presagire la fine. I funerali non possono non svolgersi il 4 marzo, il giorno in cui avrebbe compiuto 69 anni. La sua vita privata è rimasta sempre avvolta da un velo di riservatezza. Ha lasciato solo trapelare, attraverso gli amici, la sua solida fede, rivelando persino di aver sognato un incontro con il suo angelo custode e con San Francesco. Sacro e profano a braccetto fino all'ultimo. Proprio come i ladri e le puttane e Gesù Bambino.

Apriti cuore - LUCIO DALLA


In questa notte calda di ottobre, apriti cuore

non stare li in silenzio senza dir niente
non ti sento, non ti sento, da troppo tempo non ti sento
e ti ho tenuto lontano dalla gente
quanti giorni passati senza un gesto d'amore
con i falsi sorrisi e le vuote parole.
Ho perfino pensato in questa notte di Ottobre
di buttarti via......di buttarti via
ah lo so il cuore non e' un calcolo
freddo e matematico
lui non sa dov'e' che va
sbaglia si ferma, e riprende
e il suo battito non e' logico
e' come un bimbo libero
appena dici che non si fa
lui si volta e si offende
non lasciarlo mai solo come ho fatto io
lascia stare il potere, il denaro non e' il tuo Dio
o anche tu rimarrai senza neanche un amico
Cambierò, Cambierò
apriti cuore ti prego fatti sentire
Cambierò, tornerò come un tempo padrone di niente,
di niente...di niente
anche davanti a questo cielo nero di stelle,
e ce ne sono stanotte di stelle, forse miliardi, cuore non parli?
o sono io che non sento e per paura di ogni sentimento
cinico e indifferente faccio finta di niente
ma non ho più parole in questa notte di ottobre
sento solo lontano un misterioso rumore
e' la notte che piano si muove, e tra poco esce il sole

Cambierò, Cambierò

apriti cuore ti prego fatti sentire
cambierò, tornerò come un tempo padrone di niente,
di niente, di niente

Piazza Grande - LUCIO DALLA


Santi che pagano il mio pranzo non ce n'è

sulle panchine in Piazza Grande,
ma quando ho fame di mercanti come me qui non ce n'è.

Dormo sull'erba e ho molti amici intorno a me,

gli innamorati in Piazza Grande,
dei loro guai dei loro amori tutto so, sbagliati e no.

A modo mio avrei bisogno di carezze anch'io.

A modo mio avrei bisogno di sognare anch'io.

Una famiglia vera e propria non ce l'ho

e la mia casa è Piazza Grande,
a chi mi crede prendo amore e amore do, quanto ne ho.

Con me di donne generose non ce n'è,

rubo l'amore in Piazza Grande,
e meno male che briganti come me qui non ce n'è.

A modo mio avrei bisogno di carezze anch'io.

Avrei bisogno di pregare Dio.
Ma la mia vita non la cambierò mai mai,
a modo mio quel che sono l'ho voluto io

Lenzuola bianche per coprirci non ne ho

sotto le stelle in Piazza Grande,
e se la vita non ha sogni io li ho e te li do.

E se non ci sarà più gente come me

voglio morire in Piazza Grande,
tra i gatti che non han padrone come me attorno a me